GranMadre1_BorgoPo_EgleDeMitri
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Chiesa della Gran Madre di Dio. Foto di Egle De Mitri – ZUM

Sulla vita di Borgo Po si potrebbe scrivere, più che una guida, un piccolo romanzo. Il motivo è semplice: qui c’è il fiume, soggetto letterario per eccellenza, confine naturale e simbolico. È il luogo mitico che ne ha deciso splendori e miserie, ma anche esiti inaspettati dovuti al mix particolare tra carattere piacevolmente selvaggio ed eleganza in punta di forchetta delle placide vie, schierate ai piedi della collina. Ma il Po è anche il limite gelatinoso che negli ultimi due secoli, quando cioè la città si è espansa davvero oltre il perimetro di piazza Vittorio, ha visto insediarsi una classe proletaria che alimentava le imprese che qui hanno prosperato e aggiunto al ceto più popolare, in parte anche indigeno, quello più abbiente. In parallelo alla storia con la esse maiuscola della rivoluzione Industriale, qui risiedeva la gente minuta, alloggiata in edifici che ancora adesso risultano registrati al catasto sotto la definizione testuale di «edilizia ultra-popolare». Gli stessi che, ristrutturati e impreziositi, le agenzie immobiliari ora collocano nella fascia più alta di tutte: Gran Madre e precollina. A questo proposito sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Se l’estensione geografica del Borgo è segnata dalla sponda destra del Po insieme a via Gioannetti, corso Giovanni Lanza e corso Gabetti – allungandosi per l’appartenenza alla circoscrizione 8 anche alla zona di corso Fiume e piazza Crimea –, il discrimine tra collina e precollina è presto detto: là dove non c’è più un sistema di marciapiedi regolari si entra man mano in ciò che si definisce pre e poi collina, così come per esempio accade da via Quintino Sella al primo poggio. Però anche da questo punto di vista Borgo Po è un ibrido, perché è ancora una zona urbana che cede per gradi a una situazione del tutto diversa. Come se l’abbraccio della pianta cittadina non riuscisse ad afferrare fino in fondo questo lembo di terra che, usando un termine improprio, per tanta parte della sua storia è stato quasi un non luogo: un grande nulla, un deserto d’acqua e zanzare. Diventando poi quel paradigma che oggi continua a far coesistere miseria (poca e discreta) e nobiltà (danarosa e ostentata). Una Torino on/off, in cui sei dentro e fuori allo stesso momento, e che fa di Borgo Po l’esemplificazione in miniatura di una città doppia, come afferma Bruno Gambarotta, un po’ strabica. Che guarda a un passato mitizzato – fatto di ufficialetti, damine, Baratti&Milano, ozzano e caterinette – o a un futuro lontano, costellato da interrogativi sul cosa faremo fra dieci anni o cosa ne sarà di noi. Perché i torinesi sono sempre o dietro o davanti. Mai adesso.

 

[L’altra Torino, Espress Edizioni, pag. 373]