Regio Parco da una parte, le borgate di Barca e Bertolla dall’altra si dividono il territorio a cavallo dell’ultimo tratto della Stura di Lanzo, la fenditura verde che segna il margine nord della città. Non potrebbero essere più diversi: Regio Parco appartiene alla città, con le sue attrazioni e durezze; a Barca, Bertolla e nelle altre frazioni di là dal fiume la campagna non ha intenzione di arrendersi a traffico e nuovi arrivati. Entrambi sono luoghi di contrasti.
Regio Parco prende il nome da una tenuta dei Savoia, primo tra i parchi reali, rimasto nel nome del borgo cresciuto attorno alla grande fabbrica del tabacco che rimpiazzò la residenza. Prima dell’arrivo di altri isolati sarebbe cambiata epoca; adesso borgo ottocentesco e casermoni del boom demografico formano le parti opposte di un territorio che procede per strappi e strattoni, ritagliato fra la trincea del treno, corso Giulio Cesare e lo spigolo tra il Po e la Stura, dove la natura trova un ultimo rifugio. Il secondo itinerario attraversa il ponte sulla confluenza, per perdersi nel territorio ai confini con i comuni di Settimo e San Mauro. L’oltre Stura è un mondo a parte e il nome già dice tutto della prospettiva con cui lo si considera. Barca e Bertolla condividono una storia legata all’acqua, mutata nel tempo per via di un ponte e della diffusione delle lavatrici. Del territorio dei lavandai, a cui si accedeva tramite traghetto, rimangono le centinaia di piccole case disseminate tra i prati secondo una geografia lontana da Torino. A loro si sono aggiunte nuove case, nuove cose, ma senza una chiara identità. Chi andasse alla ricerca di una piazza qui troverà invece un’isola. A prima vista sembra felice.

[L’altra Torino, Espress Edizioni, pag. 309]